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Supreme Court of India Orders To Block Rape Videos

In a very welcome move, the Supreme Court of India is acting against the publication and dissemination of rape videos

mercoledì 26 agosto 2015

YES MEANS YES Nuova legge contro gli stupri nei campus


Una studentessa su cinque (il 20 per cento) è vittima di violenze sessuali. Una percentuale che ha convinto la Casa Bianca a rivedere le leggi in materia e pubblicare una lista, Stato per Stato, dei campus (55 inizialmente, ora arrivati già a 71) con il più alto numero di “incidenti”


«“Ti accompagno a casa?”. Quando me lo chiese erano le due del mattino. Stavamo uscendo da una festa di un’associazione studentesca», ha raccontato tra le lacrime Alana, una studentessa dell’Occidental College di Los Angeles (lo stesso in cui ha studiato Obama). 

«Io ero appena arrivata in California, da un villaggio rurale dell’Indiana. L’invito di uno studente più grande mi aveva lusingato. Complice l’allegria provocata da qualche bicchiere di troppo, non ci pensai due volte ad acconsentire. Ma appena entrati in auto, mi mise una mano sulla coscia. Non dissi nulla perché non volevo fare la figura della ragazzina provinciale che non sa come vanno le cose nelle grandi città. Non dissi nulla neanche quando, dopo pochi minuti, mi sfilò le mutandine, abbassò il mio sedile e mi salì sopra. Mi veniva da piangere e mi sentivo una stupida. Ma ero congelata. Mezza ubriaca e terrorizzata all’idea di quello che avrebbe potuto raccontare in giro se gli dicevo di no».

Una storia fin troppo frequente, raccontata con sapienza anche da Tom Wolfe nel 2004 nel romanzo Io sono Charlotte Simmons. La stessa scena, con varianti ogni volta diverse per gravità e conseguenze (che possono includere droghe sciolte nei drink e stupri di gruppo), accade ogni anno in diversi college americani.

I dati ufficiali dicono che una studentessa su cinque (il 20 per cento) è vittima di violenze sessuali. Una percentuale impressionante che ha convinto la Casa Bianca a rivedere le leggi in materia e pubblicare a inizio anno una lista, Stato per Stato, dei campus (55 inizialmente, ora arrivati già a 71) con il più alto numero di “incidenti”, riportando l’argomento al centro dell’attenzione pubblica.


Le norme in vigore sono insufficienti



Dal 1990 esiste negli Usa una legge che richiede ai college di raccogliere informazioni su ogni atto di violenza commesso nei campus e valutare se denunciarlo alla polizia (il Clery Act, in onore di Jeanne Clery, una studentessa al primo anno della Lehigh Univeristy, violentata e uccisa da un compagno nella sua camera del dormitorio, nel 1986). 

In più, c’è un’altra legge del 1972 conosciuta come Title IX: fa parte degli Education Amendments, finora applicata soprattutto in contesti sportivi, riferita alla discriminazione basata sul genere, e oggi viene applicata anche per offese sessuali. Tali leggi si sono però dimostrate del tutto insufficienti.

Così, nel 2013 il presidente Obama le ha riviste, implementate e specificate con diversi decreti ed emendamenti: il Vaw (Violence Againts Women Act) e il Campus SaVE Act (Campus Sexual Violence Elimination Act), che obbligano i college a pubblicare relazioni annuali sulle denunce ricevute. 

Nel gennaio 2014, poi, l’amministrazione Obama ha costituito la prima Task Force per proteggere gli studenti da aggressioni sessuali. In aprile (il mese dichiarato Sexual Assault Awareness Month dal 2001), ha lanciato il sito NotAlone.gov, con l’intenzione di aiutare gli studenti a capire le complicate definizioni legali e offrire “assistenza confidenziale” anche prima di una decisione definitiva.

Denunciare o non denunciare è infatti per molte ragazze ancora il dilemma, perché temono di essere esposte pubblicamente a giudizi pesanti e ostracismi per avere rovinato vite e carriere accademiche dei loro violentatori, studenti come loro.

Regole diverse in ogni stato

«È una questione delicata», ammette Lisa Maatz, vicepresidente delle relazioni governative per l’American Association of University Women, «perché, pur essendo le intenzioni buone (offrire assistenza diretta, sul campus, in modo più rapido e meno intimidatorio che in questura, almeno nella prima fase), molti criticano l’idea che le università possano risolvere gli “incidenti” da sole, sostenendo invece che si tratta di atti criminali».

La legge federale, che fissa dei criteri guida con un massimo di 20 anni di prigione se ci sono elementi aggravanti (come una fedina penale del violentatore già sporcata da altri reati, ancora più grave se simili) e il pagamento di tutte le spese alla vittima (mediche, legali ecc.), non stabilisce nessuna pena minima. Ogni Stato però ha regole diverse e lascia molto alla discrezione dei giudici: per esempio, New York detiene il record della pena minima, con un solo anno di prigione, e una massima assai “bassa” di 7 anni; la California tratta le vittime un po’ meglio, con 2 anni di sentenza minima e una possibile multa fino a 10mila dollari da devolvere alla vittima, e una massima – assegnata finora – di 18 anni.

Ci sono diversi fattori che vengono presi in considerazione dai giudici nella formulazione della sentenza: per esempio, se la violenza è stata commessa “sotto la minaccia di un’arma letale”, se è stata una violenza di gruppo (gang rape), se la vittima era un minore (statutory rape), se la vittima è stata prima drogata e resa incosciente (date rape, con droga sciolta in un drink), se sono stati causati danni gravi e irreparabili alla salute della vittima.

3 violenze su 40 perseguite

«I consigli universitari dovrebbero condurre un’indagine e arrivare a una decisione che contempli procedimenti disciplinari e/o legali entro 60 giorni», spiega indignata Gloria Allred, avvocato, femminista e paladina dei diritti civili, che rappresenta le studentesse dell’Occidental College vittime di abusi sessuali, «ma la realtà è ben diversa: soltanto 3 violenze sessuali ogni 40, tra quelle denunciate alle autorità accademiche, vengono perseguite penalmente». Come dire: ben venga la “trasparenza”, ma non è abbastanza.

«Abbiamo pubblicato la lista dei campus che non rispettano le condizioni specificate nelle leggi già esistenti e nei nuovi decreti presidenziali per creare un movimento di coscienza su questo problema», commenta Catherine E. Lhamon, assistente segretaria ai diritti civili nell’amministrazione Obama. «Abbiamo intimato ai college di mettere in vigore migliori politiche di sicurezza personale, pena vedersi tagliare i fondi federali, ma siamo coscienti delle critiche e dei “buchi” ancora esistenti. Sono in molti, infatti, a pensare che i crimini sessuali commessi nei campus universitari debbano essere trattati come tali, con denunce alla Polizia e processi in tribunale».

Infatti, anche nel caso di severe sanzioni amministrative, come la sospensione o l’espulsione, gli studenti colpevoli possono comunque iscriversi successivamente ad altre università (e potenzialmente mettere in pericolo altre persone). Altri sono preoccupati che i “giudici” civili dei consigli universitari non abbiano alcuna preparazione legale o possano anche, intenzionalmente, cercare d’insabbiare il tutto con poco più che una lavata di capo.

Tra questi, senz’altro Gloria Allred e l’intero staff della rivista Perspectives (organo di un gruppo di donne avvocate specializzate in diritti civili). «Title IX esiste da più di quarant’anni», ha scritto Cynthia L. Cooper in un recente articolo. «Finora non ha aiutato molto a ridurre il numero di violenze nei campus. Ben vengano le misure contro le sue violazioni!». 

Molti college sono risultati colpevoli di non considerare seriamente le denunce degli studenti e di non offrire adeguata protezione, a volte non avendo neppure il prescritto numero di consiglieri: una realtà che ha fatto da propulsore a un’iniziativa lanciata da un gruppo di studentesse di legge a Yale, intitolata Know Your IX.

Gloria Allred, che rappresenta le 37 studentesse dell’Occidental College deluse dalle misure disciplinari prese contro i loro aggressori (esempio: scrivere una relazione di cinque pagine e dedicare qualche ora al volontariato) che hanno deciso di andare per vie legali, sta richiamando grande attenzione alla loro causa con una pagina web e manifestazioni pubbliche. Il suo intervento “militante” ha contribuito a un progetto di legge più avanzato per la California, lanciato nei primi mesi del 2015 e subito battezzato dai media Yes Means Yes: perché un atto sessuale tra due adulti risulti legale, la nuova legge propone che la persona esterni il suo consenso verbale e ripetuto (prima e durante l’atto sessuale). Senza tale consenso, l’atto verrebbe considerato violenza, anche nel caso di una coppia con una relazione già esistente».

L’esatto contrario, insomma, del proverbio popolare “chi tace, acconsente”. A maggior ragione se alcol o droghe obnubilano il giudizio (vedi le famose pasticche di date rape – letteralmente, “appuntamento con stupro” – sciolte di nascosto nei cocktail delle ragazze alle feste). E il fatto che i due adulti in questione abbiano o abbiano avuto precedenti rapporti, o persino che siano sposati, non implica automaticamente l’autorizzazione a ripeterlo.

Advocates hope ‘Yes Means Yes’ law has impact as college starts

È ancora una situazione in evoluzione, con discussioni aperte che dovrebbero portare alla definizione di una nuova legge federale per tutti gli Stati Uniti entro novembre. Se la legge venisse approvata, un episodio come quello riportato in apertura di questo articolo non darebbe il via ad alcun equivoco: «Di violenza si tratta, indipendentemente dall’apparente livello di “gentilezza” esercitato dallo studente in questione», chiarisce Gloria Allred. 

E aggiunge: «C’è bisogno di un cambiamento radicale di mentalità. Questa legge sarebbe un grande passo in avanti, così come lo sono le sanzioni finanziarie contro i college che non mettono in pratica gli ordinamenti previsti dal Title IX. Il movimento contro la violenza capitanato da queste giovani donne è impegnato in una delle più importanti battaglie per i diritti civili del nostro secolo. Sono l’incarnazione del motto di Gandhi: “Dobbiamo essere noi per primi il cambiamento che desideriamo vedere nel mondo”. Per questo vanno aiutate. Per questo è una gioia per me rappresentarle».

IL DOPPIO "PESO" DELL'AMICO

La donna vittima di abuso da parte di un suo pari – un compagno di studi, un coetaneo, un amico, un conoscente – viene violentata due volte», commenta Roberta Rossi, presidente della Federazione italiana di sessuologia scientifica (Fiss) e docente di Psicologia e psicopatologia del comportamento sessuale all’Università di Roma La Sapienza. «Perché si tratta di un evento doppiamente inaspettato, di un tradimento profondo: la violenza arriva da qualcuno con cui ti identifichi e la probabilità di reincontrarlo negli spazi comuni del college aumenta il senso di impotenza, di impossibilità di ottenere giustizia. Se ciò non viene elaborato, può avere conseguenze pesanti». 

C’è un percorso mentale tipico: «Quando un conoscente scambia un modo di fare aperto e disponibile come un lasciapassare per saltarti addosso, il primo pensiero che tormenta la donna è: “Cosa ho fatto perché lui si sentisse incoraggiato?”. Per passare dal senso di colpa alla rabbia, e trovare anche la forza di denunciare, occorre tempo. E non tutte ce la fanno: molte rinunciano per paura di ritrovarsi colpevolizzate pubblicamente».

STOP ALLA VIOLENZA

Si chiama We End Violence. È un progetto della Kering Foundation, presieduta da François-Henri Pinault, patron della holding del lusso che vanta marchi come Gucci e Bottega Veneta. «I campus universitari americani sono fra i luoghi più pericolosi per le donne e da qui deve iniziare il più importante cambiamento di comportamento», ha dichiarato Laurent Claquin, responsabile di Kering Americas

Il progetto punta proprio a cambiare gli atteggiamenti che portano alla violenza di genere e punta a creare un ambiente favorevole in cui le vittime di violenza sessuale si sentano al sicuro e libere di condividere quanto hanno vissuto. Dal 2006, We End Violence ha aiutato in modo diretto 10mila persone e ha vinto il premio Social Entrepreneur negli Usa per il 2015.

SE IL NEMICO È IN CASA

La violenza sessuale negli Stati Uniti è regolata dalla Section 261 del codice penale, che disciplina solo i casi in cui la vittima non è lo sposo/a della persona che commette l’abuso. La prima condanna per “spousal rape” risale agli anni Settanta. E anche quando nel 1993 la legge stabilì i criteri per considerare illegale l’atto sessuale non consensuale tra due sposi, ben pochi avvocati se la sono sentita di avviare un processo. 

Difficilmente si arriva a una condanna, nonostante le statistiche affermino che il 29 per cento delle violenze sulle donne sia commesso da mariti, fidanzati o amanti (ma solo il 9 per cento viene denunciato). La nuova legge “Yes Means Yes”, già in vigore in California, impone che il consenso verbale esplicito venga dato ripetutamente, prima e durante l’atto sessuale, anche tra coniugi. Se a novembre diventerà legge federale, i giudici avranno a disposizione gli strumenti per imporre ovunque pene significative da scontare in prigione e l’iscrizione all’albo pubblico dei “sexual offenders”.






Old Dominion University (ODU) in Virginia is receiving national attention for a fraternity's vulgar and offensive signs that were on display as first-year students moved into their dorms.


The signs, which were hung on fraternity Sigma Nu and displayed derogatory messages for incoming female students- and their mothers- have since been removed, and the University has promised disciplinary action. They read "Rowdy and fun/ Hope your baby girl is ready for a good time," "Freshman daughter drop off," with an arrow pointing to Sigma Nu's front door, and finally, "Go ahead and drop off mom too."

"This incident will be reviewed immediately by those on campus empowered to do so. Any student found to have violated the code of conduct will be subject to disciplinary action," a statement from ODU President John Broderick read. Many advocates for better sexual assault prevention education and training, however, are saying this is not enough. ODU student government also released a statement, saying the incident "does not reflect the University's commitment to the prevention of Sexual Assault and Dating Violence. Not only do these actions taken by a few individuals undermine the countless efforts at Old Dominion University to prevent sexual assault, they are also unwelcoming, offensive, and unacceptable."

Signs like these undoubtedly feed into what is known as "rape culture." Rape culture is a complex set of beliefs that create an environment in which sexual violence is prevalent, normalized, and sometimes encouraged. It is perpetuated through the use of misogynistic language- like calling a woman entering college "baby girl"- objectification of bodies, and glamorization of violence, usually against women. Behaviors associated with rape culture include victim-blaming, sexual objectification, trivializing rape, denial of widespread rape, or refusing to acknowledge the harm of sexual assault.

A further break-down of the messaging of these Sigma Nu signs also shows a concerning notion of consent. "A good time" is a clear reference to sexual activity, and "hope your baby girl is read" implies that this activity is going to happen- regardless of whether she wants it or not.

It has been widely proven that first-year students, specifically first-year women, are particularly vulnerable to rape and sexual assault on college campuses. The first six weeks of school have been termed the "red zone" by experts to refer to the time when there is an increased risk of victimization for female students.

Fraternities in particular have been under national scrutiny for accusations of rape and sexual assault, and neglect on the behalf of colleges to act accordingly. "The Hunting Ground, an unprecedented documentary that premiered this year, details the campus rape epidemic and the stories of many survivors of campus rape and sexual assault in their fight for justice.


"It Happened Here": Student Activism Against Campus Sexual Assault 22 GENNAIO 2015


Just this year, a Yale University fraternity was banned from conducting on-campus activities until August 2016 as a result of violating the universitys sexual misconduct code. Similarly, the University of Virginia announced in January new regulations to prevent sexual assault and enhance safety on campus, and required all organizations to sign onto new regulations. Two fraternities, however, announced that they would refuse to sign the new regulations. And more recently, a Penn State fraternity was suspended for creating a private Facebook page with photos of nude women, some of whom appeared to be unconscious. So it would appear that some colleges are beginning to respond to this epidemic.


The Feminist Majority Foundation's Feminist Campus has a comprehensive toolkit and other resources for students interested in combatting rape culture and preventing college sexual assault.


Fraternity Signs Promote Rape Culture, Elicit Outrage August-25-15




CARRY THAT WEIGHT Campus Rape Culture 20 MAGGIO 2015

CAMPUS RAPE 25 APRILE 2014

Porn and Rape on College Campuses 16 NOVEMBRE 2013

Binge drinking, porn and rape culture 19 DICEMBRE 2014

WHEN I WAS RAPED 13 GIUGNO 2014






Dating Apocalypse AUGUST 25, 2015


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