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sabato 7 marzo 2015

Storia di Hoodo: a 11 anni si è data fuoco dopo uno stupro

Una bambina di 11 anni originaria della regione di Sanag, in Somaliland, ha deciso di togliersi la vita dandosi fuoco in seguito a un episodio di stupro: il suo suicidio dopo 3 mesi è stato archiviato dalla polizia locale come incidente. 
La vicenda, dapprima tenuta riservata per consentire lo svolgimento delle indagini e garantire la sicurezza della madre della vittima, è stato diffusa da ActionAid in accordo con la famiglia e la comunità locale per fare luce su un accadimento osceno che nel Paese fa poco rumore. 

Il numero di stupri riportati, solo nella prima metà del 2013 dal Sexual Assault Referral Centre (SARC) di Hargeisa, la capitale del Paese, è di 112. Di questi, 67 riguardano minori di 15 anni

Un esempio lampante di violazione dei diritti delle donne e discriminazione è il perpetuarsi della pratica delle mutilazioni genitali femminili: la Somalia è il paese con la più alta incidenza della pratica nel mondo (98%) e dove l'indice di ineguaglianza di genere è dello 0,78 (dove lo 0 indica la completa uguaglianza tra i generi e l'1 la totale diseguaglianza). In Somaliland la situazione è simile, con circa il 94,8% delle donne e delle bambine sottoposte alla mutilazione.

Hoodo (il nome è di fantasia) prima di suicidarsi ha combattuto per mesi contro le pesanti conseguenze fisiche e psicologiche che il brutale stupro commesso da un uomo di 28 anni le ha lasciato. Parlando della violenza subita agli operatori ActionAid, che l’avevano seguita per le cure mediche e durante tutte le fasi del processo, Hoodo raccontava: “Stavo raccogliendo la legna quando un uomo è arrivato alle mie spalle e mi ha colpita. Sono caduta per terra e lui mi ha coperto la testa con un cappotto, così le mie urla non si sarebbero sentite”. 

Come la maggior parte delle bambine e ragazze in Somaliland, Hoodo era stata precedentemente sottoposta a mutilazione genitale femminile. Per questo l’uomo aveva dapprima usato un coltello per incidere l'infibulazione, e poi l’ha brutalmente violentata abbandonandola sanguinante nel letto di un fiume asciutto, e minacciando di tagliarle la testa se avesse detto a qualcuno quello che era successo. “Non riuscivo nemmeno a camminare, ho strisciato fino a casa” testimoniava Hoodo “Mi ha trovata mio cugino, che è corso a chiamare mia madre al mercato, dove vende prodotti alimentari”.

La madre portò immediatamente Hoodo all’ospedale che però si rifiutò di curarla senza una lettera di deferimento da parte della polizia. In Somaliland, infatti, c’è una forte tendenza ad accusare e ostracizzare le vittime di stupro. In un sistema dominato dagli uomini, quelle che hanno il coraggio di denunciare le violenze vengono spesso rigettate. 

Quando finalmente la bambina fu accettata e poté farsi esaminare, il medico confermò che non solo aveva subito uno stupro, ma che le era anche stata provocata una fistola. La clinica più vicina che poteva guarire Hoodo dalla fistola si trova a Borama, a circa 750 chilometri dal Sanag. 

Per Hoodo e la sua famiglia, come per tutte le altre vittime, gli effetti della violenza sessuale sono spesso devastanti, oltre che fisicamente e mentalmente, anche da un punto di vista economico. Non sempre, infatti, le famiglie delle vittime riescono a permettersi le cure necessarie e le spese legali per avere giustizia. Con il supporto di ActionAid la bambina è stata curata, e la madre è riuscita a portare in tribunale il caso. Il colpevole è stato arrestato e condannato a 8 anni di prigione, anche se poco dopo la Camera degli Anziani della comunità lo ha rilasciato.

In Somaliland, infatti, coesistono tre sistemi legali: la civil law, la legge islamica (Shari’a) e la “Xeer”, ossia il diritto consuetudinario. Nel paese la violenza di genere, anche domestica, è estremamente diffusa, ma continua a non essere affrontata nei tribunali ordinari. La maggior parte dei casi di violenza contro le donne viene giudicata applicando il sistema consuetudinario della Xeer, in cui le Camere degli Anziani assumono il ruolo di giudici. A causa delle molteplici interferenze delle comunità e della tendenza dei giudici a minimizzare e sottostimare la gravità delle violenze sessuali, le vittime sono spesso spinte ad accettare compensazioni ingiuste e inadeguate o addirittura a sposare gli uomini che hanno usato loro violenza

Il padre di Hoodo, convivente con la seconda moglie con cui si è risposato tempo addietro, ha raggiunto Sanaag per negoziare con gli anziani. Alla fine ha accettato un risarcimento di 400 dollari, e in cambio ha acconsentito alla liberazione dell’uomo che ha violentato sua figlia. 

A metà gennaio, la bambina stravolta da quanto vissuto negli ultimi mesi, si è tolta la vita dandosi fuoco e la polizia a fine mese ha archiviato la sua morte come incidente. 

Storia di Hoodo, che a 11 anni si è data fuoco dopo uno stupro 6 marzo 2015


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