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Raped by the System: the Wadakancherry Rape Case

The prime accused in the case is a corporation councillor belonging to the CPM that is ruling the state

domenica 22 marzo 2015

LA PREDA Silenzio in nome di Dio



'La Preda' rompe decenni di silenzi sulla colpa più grande della Chiesa Cattolica: aver taciuto o insabbiato gli episodi di pedofilia praticati da sacerdoti. Un pellegrinaggio intimo e scioccante che porta alla luce vicende occultate e testimonianze scioccanti, come quelle degli ospiti dell'Istituto Provolo di Verona. Centinaia di bambini sordi abusati sistematicamente da sacerdoti e laici nell'arco degli ultimi 50 anni. 



Il documentario racconta del muro issato dalla Chiesa Cattolica, di documenti sconosciuti, di sacerdoti e Vescovi che scelgono di tacere, e di un luogo tenuto segreto, dove il Vaticano cura e protegge i suoi mostri. 

Nel Paese che è la casa del Cattolicesimo il silenzio è assordante.


Ho contato quasi 50 vittime a Spotorno nel giro di dieci anni. All’epoca, negli anni Ottanta, ero poco più che undicenne. Su una popolazione di 5000 abitanti, 50 è un numero che significa la quasi totalità dei miei coetanei. Mi è capitato tante volte di essere abusato: 100, 200… non lo so più”.

La testimonianza di Francesco Zanardi, oggi 43enne e fondatore di Rete L’Abuso (http://retelabuso.org/), apre la sconvolgente sequela di testimonianze raccolte dal documentario La preda (The prey). Silenzio in nome di Dio (2013) di Luca Bellino e Silvia Luzi, ospite fuori concorso all’ultima edizione del Bari International Film Festival.

“L’idea prende avvio – dice la co-autrice e giornalista Silvia Luzi – da una precedente inchiesta, “The Vatican Insider”, realizzata per CurrentTv, network televisivo fondato da Al Gore, e per la quale eravamo già in contatto con Robert Mickens, vaticanista e corrispondente per il magazine The Tablet. Ci ha permesso di avere un approccio giornalistico di tipo anglosassone che si attiene aprioristicamente ai fatti, a differenza di quello italiano che è più ideologico. Non mi interessava esprimere il punto di vista del carnefice, quanto delle vittime, verso cui nessuno sembra mostrare prossimità e compassione per la sofferenza subìta, né una benché minima prospettiva di risarcimento per una giustizia mancata, fosse pure morale e tardiva”.

Cinquantatre minuti di un racconto duale che dà voce non solo alle vittime, ma anche a rappresentanti di associazioni ed esponenti del clero, dal vescovo di Palestrina, monsignor Domenico Sigalini che reclama la “non responsabilità oggettiva” del Soglio di Pietro, a Giovanni Lupino, parroco di San Dalmazio Lavagnola, cappellano nelle carceri dal 1987 che denuncia un’elevata percentuale di corruzione nell’alto clero dove il silenzio omertoso lascia soli i “contestatori”.

Ed è così che la purezza e l’armonia delle forme rinascimentali di una panoramica circolare lasciano il posto a grigi sotterranei in pietra dove scale e cancellate ferrose rimandano a storie sommerse, dove le urla sono smorfie senza suoni in una lunga notte senza sogni.

Scorrono così, da Savona alla sua provincia, i ricordi di Zanardi e Massimiliano Riolfo che mettono in luce, assieme alla violenza, qualcosa di ancora più sconcertante: la pratica ricorrente di sanzionare i preti che compiono molestie con un semplice trasferimento in un’altra parrocchia, spesso ubicata nel raggio di pochi chilometri e con un nuovo incarico, che li vede ancora a occuparsi di minori.

Non una decisione adattata alla circostanza, bensì la fredda e lucida esecuzione di una direttiva diramata (e custodita in gran segreto – anche qui per disposizioni precise -, pena la scomunica) per la prima volta nel 1962 durante il papato di Giovanni XXIII e poi ripresa nel 2001 dal Joseph Ratzinger/Cardinale in una lettera, De Delictis gravioribus, inviata per volere del papa Wojtyla, si precisava, a tutti i vescovi e preti sui comportamenti da assumere in casi di abusi e molestie sessuali. L’unico importante aggiornamento della missiva dopo quasi mezzo secolo, la dilazione nei termini di prescrizione che si spostavano a 10 anni non dal compimento del fatto, ma dalla maggiore età del violentato. Tuttavia, è cronaca recente (qui l’articolo per intero di Francesco Antonio Grana de “Il Fatto quotidiano”, ndr) il salvacondotto presente nel testo emesso dal CEI (Conferenza Episcopale Italiana) che libera i vescovi, in quanto non pubblici ufficiali, dall’obbligo giuridico di denunciare alle autorità civili eventuali casi di pedofilia.

Per contro, nessuna rabbia nelle parole di chi denuncia, quanto la ricerca di un senso e forse un perdono compassionevole. “Il Vaticano sapeva che Don Nello Giraudo era un pedofilo fin dagli anni Ottanta. Quando fu denunciato da mio padre al vescovo di Savona – dice Riolfo - era al suo primo incarico; potevano bloccarlo. Ha agito indisturbato per 30 anni fino al 2009 quando la Procura della Repubblica di Savona ha aperto l’indagine, poi chiusa nel marzo 2012 con la condanna a 1 anno e 6 mesi con la condizionale. Di fatto, nemmeno un giorno di carcere”. “Penso che il silenzio della Chiesa – dice Zanardi – abbia fatto male anche a lui. Era una persona malata”.

“Difficile raccontare il Vaticano in Italia – dice ancora Luzi. Ed è per questo che il documentario ha avuto moltissimi riscontri all’estero, dove molte televisioni, da New York a Londra e perfino Hong Kong ne hanno parlato. I governi irlandesi, tedeschi e americani sono intervenuti. 

Nel 2005 Ratzinger (in virtù della circolare inviata nei suoi giorni da cardinale, ndr) fu incriminato in Texas per aver coscientemente posto sotto silenzio le efferatezze che altri sacerdoti Oltreoceano compivano ai danni di minori ma, ormai Papa, scelse di avvalersi del diritto all’immunità riconosciuto a tutti i capi di Stato”.

Un lavoro altrettanto difficile, ostacolato anche in fase esecutiva – spiegano gli autori - è stato quello svolto su Verona che ha coinvolto l’Istituto per sordomuti “Antonio Provolo”, simbolo di recupero e di missione caritatevole della Chiesa per il sostegno fornito ai bambini di famiglie povere colpiti doppiamente dalla disabilità. “Permessi concessi tramite la Film Commission che al momento di girare venivano negati – dice Bellino – fino al divieto di fare interviste nei luoghi pubblici della città; per quelle siamo dovuti arrivare fino a Mantova”.

Negli anni Cinquanta l’Istituto era in grado di ospitare dai 400 ai 450 bambini che, accolti in età scolare, potevano rimanerci anche fino ai 16-17 anni. Venticinque su circa trenta, i religiosi implicati negli episodi di violenza. “Atroce”, la parola più frequente per descrivere, da parte degli ex allievi, casi di sodomia, rapporti orali, percosse, dove al dolore si aggiungeva, costante, la tragedia dell’impossibilità di comunicarlo, fosse anche un urlo scomposto nel silenzio, incapace di essere udito. 

Trent’anni di abusi in gran parte prescritti e su cui l’Associazione sordi “Antonio Provolo”, presieduta da Giorgio Dalla Bernardina, non rinuncia a ottenere giustizia con un risarcimento e il ricorso alla Commissione Europea per i Diritti Umani. 

Tra le prove documentarie, anche l’accusa di un altro sordomuto al vescovo Giuseppe Carraro e ancora la lettera del Vescovo di Verona, Mons. Giuseppe Zenti (lo stesso prelato finito nel mirino della Iena Pablo Trincia, ndr) del 14/02/2013 indirizzata ai presbiteri nella quale si raccomanda la riservatezza qualora si venga a conoscenza di “qualche situazione di turbolenza”; quella inviata dall’Associazione Sordi “Antonio Provolo” a Papa Francesco lo scorso dicembre 2013.

“Ci auguriamo – dicono all’unisono gli autori di The Prey – che il film possa contribuire a scuotere più di qualche coscienza e magari anche il mondo politico. Il cammino attraverso il circuito dei Festival è appena iniziato e naturalmente, non ci dispiacerebbe se Papa Francesco chiamasse anche noi”.

The Prey (La preda)  9 aprile 2014



Don Seppia, prete dello scandalo, l'omone dal cranio rasato che si comprava sesso proibito con adolescenti, uscirà di galera.

Nel silenzio generale, quasi nell'indifferenza, a norma di legge in questa nostra strana giustizia cui ancora una volta si mette la sordina. Delitto e castigo vanno nell'oblio. 
«Senti… non trovi nessun bambino? Sai come mi piace, con meno di 14 anni... anche più piccoli». 
Così parlava - senza immaginare di essere intercettato - con il suo spacciatore di droga e bambini, l'allora parroco della chiesa dello Spirito Santo a Genova Sestri Ponente. Era maggio del 2011 quando a don Riccardo si strinsero le manette ai polsi. Con un rosario d'accuse pesantissime: abusi sessuali su minori e cessione di stupefacenti. La Chiesa, per mano dal cardinal Angelo Bagnasco, lo sospese «a divinis».
Eppure il «perdono» si è già materializzato, e non grazie a un tribunale ecclesiastico. Dopo quattro anni di cella don Seppia tra due mesi tornerà libero (o quasi) per «decorrenza dei termini». La sostanza è questa: la Cassazione, che a fine 2014 aveva in parte derubricato le accuse annullando la condanna a otto anni e mezzo inflittagli sia in primo che in secondo grado, ha sentenziato che la pena vada ricalcolata. Ma a maggio scadrà il limite massimo per la carcerazione preventiva, ed essendo impossibile che da oggi a quel giorno vengano celebrati il nuovo processo di appello con relativo ricorso in Cassazione, Don Seppia troverà rifugio in una «comunità di recupero e sostegno» per sacerdoti.
La pena che dovrebbe venirgli comminata nel prossimo processo, a questo punto risulterà già scontata, tra il tempo passato in prigione, sconti per buona condotta e benefici vari. Con una prospettiva che sa tanto di diabolico. Don Seppia, un giorno, riabilitato anche dalla Chiesa. E magari di nuovo prete.



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