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giovedì 5 marzo 2015

India’s Daughter: censurato il film indiano sullo stupro

Proteste in India dopo il divieto del documentario sullo stupro di Nirbahaya
Domenica scorsa a Milano, Freida Pinto — attrice indiana di The Millionaire — parlava con orgoglio del suo coinvolgimento nella campagna per il documentario India’s Daughter, che racconta la breve vita e la morte terribile di una ragazza indiana di 23 anni, aggredita nel 2012 da sei uomini su un autobus, ripetutamente violentata, che morì per le ferite dopo tredici giorni di agonia. Il film doveva andare in onda l’8 marzo in India e nel Regno Unito. 

Pinto — che con le colleghe americane Anne Hathaway e Meryl Streep ha preso a cuore la causa del film, promuovendolo negli Usa e in Europa — prevedeva che in India il documentario avrebbe suscitato polemiche.
Quello che Pinto non poteva prevedere è quello che è successo ieri: una corte indiana ha proibito la trasmissione tv e la diffusione su Internet del documentario per ragioni di ordine pubblico. India’s daughter viene così di fatto bandito dallo Stato indiano: la reazione inglese, immediata, è stata quella di anticiparne la «prima», mandata in onda straordinariamente ieri sera, una lodevole dimostrazione d’indipendenza (il documentario, distribuito in Italia da Berta Film, verrà trasmesso dalla Rai a luglio) .
La questione, tutta politica, è assai delicata: la regista Leslee Udwin (che a sua volta è stata vittima di una violenza) ha intervistato in carcere uno dei cinque condannati per lo stupro-omicidio. Le parole dell’uomo — che ha cercato di giustificarsi incolpando la vittima «che era uscita tardi la sera» e che «se non si fosse ribellata sarebbe ancora viva» — riportano l’attenzione del mondo sul caso che ha scatenato manifestazione di piazza in tutta l’India, e la richiesta di leggi ad hoc, più severe, e procedure meno bizantine, nei casi di stupro.
La regista è poi finita attaccata dai conservatori — il ritornello sul «lavare i panni sporchi in famiglia» che già gravava sui neorealisti italiani — ma a sorpresa anche da parte del fronte progressista che non vede di buon occhio la piattaforma mediatica concessa a un brutale stupratore e assassino (le modalità dell’aggressione, nella quale fu usato anche un cric, furono di sconvolgente violenza).
Il caso «Nirbhaya» — il nome della ragazza non è mai stato reso pubblico: Nirbhaya significa «senza paura» ed è lo pseudonimo trovato dagli attivisti della campagna per farle ottenere giustizia — è una bomba politica a orologeria perché ben al di là delle manifestazioni di piazza mette sotto accusa quella che molte donne indiane definiscono «cultura dello stupro» che affligge il Paese democratico più grande del mondo. Riapre la polemica sulle pene previste per i colpevoli: quattro di loro sono stati condannati a morte; uno si è apparentemente suicidato in carcere, anche se la famiglia continua a parlare di omicidio; il sesto era minorenne e ha avuto il massimo della pena, cioè tre anni di riformatorio.
Ora il film è bandito per motivi di ordine pubblico, con il risultato che il mondo — anche attraverso i social media — ha ricominciato a parlarne. La regista ha lasciato l’India: rischia l’arresto. Ne parlano, e ne parleranno ancora, le attrici di Hollywood. Ne parla, e ne parlerà ancora, la diva indiana di maggior successo all’estero che è una giovane donna di grande e misurata eloquenza (Freida Pinto, cattolica, ha studiato dai gesuiti in uno dei miglior college del Paese, St. Xavier).










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