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lunedì 9 febbraio 2015

Nel 2014 identificati 25 milioni di file pedopornografici

Nei tre quarti dei file sono presenti dei “preteen”, ragazzi e ragazze preadolescenti; nel 10% dei casi addirittura bimbi e lattanti.

Cinquantamila immagini pedopornografiche scovate in rete, catalogate e avviate a identificazione. Era un dato, quello registrato nel 2002 dall' International Center for Missing and Exploited Children (Icmec), associazione americana che si occupa di bambini scomparsi o sottoposti a sfruttamento, che per le sue dimensioni già faceva scattare un campanello d’allarme. 

Ma ancora era nulla. 

A distanza di poco più di un decennio, nel 2014, il volume di materiale sessualmente esplicito con i bambini protagonisti è salito, tra foto e video, a quota 25 milioni. Nei tre quarti dei file sono presenti dei “preteen”, ragazzi e ragazze preadolescenti; nel 10% dei casi addirittura bimbi e lattanti.

Adescamento e cyberbullismo

Come la punta dell’iceberg, si tratta soltanto della parte emersa di un fenomeno che si diffonde sempre più come un virus attraverso la rete e che non tiene conto di tutto quello che si cela nei meandri del dark web, il web nascosto, nato per proteggere giornalisti e dissidenti politici e consentire loro di comunicare anche dietro anonimato ma di cui si servono oggi anche organizzazioni criminali e malintenzionati di ogni genere, pedofili in primis. 

Ma nel mondo virtuale il pericolo, come anche nella società reale, non si nasconde solo nei vicoli dei quartieri malfamati: il 99% dei giovani italiani è connesso ad Internet e la maggior parte di loro, il 70%, lo è attraverso uno smartphone che tiene sempre in tasca e con cui può essere raggiunto in qualsiasi momento, anche e soprattutto quando si trova lontano da casa e dalla famiglia. Un fattore di alta vulnerabilità, che porta ad un uso incosciente del mezzo e che ha purtroppo dei riscontri concreti: il 15% ha subito un furto di identità in rete, il 30% si dice pentito di uno o più contenuti postati attraverso i social network e due ragazzi su tre sono a conoscenza di episodi di cyberbullismo ai danni di amici o conoscenti.

Le big company

Sono solo alcuni dei dati di una ricerca Telefono AzzurroDoxa Kids che verrà presentata lunedì, alla vigilia del Safer Internet Day 2015, all’università Bocconi di Milano nell’ambito di un convegno su libertà, responsabilità ed etica della rete. 

Telefono Azzurro, l’associazione che dal 1987 si occupa di tutela dell’infanzia maltrattata, ha invitato i colossi del mondo digitale e dei new media – da Facebook a Google, da Yahoo a Microsoft e LinkedIn - a prendere parte alla sfida di coniugare libertà, sicurezza, business e tutela dei minori. 

È dei giorni scorsi il mea culpa di Dick Costolo, numero uno di Twitterche ha chiesto pubblicamente scusa e con toni per nulla autoindulgenti («Facciamo schifo») per i limiti nella protezione degli utenti dagli abusi in rete. Ma non basta: ora più che mai è necessario passare al livello superiore, l’azione concreta per il controllo e la repressione dei fenomeni devianti e malavitosi. Ma anche e soprattutto, sottolinea il presidente di Telefono Azzurro, Ernesto Caffo – per la prevenzione.

La pornografia e i bambini

La rete di per sé è solo un mezzo e come tale può essere usata per scopi nobili oppure malvagi. Ma se gli adulti hanno gli strumenti anche mentali per affrontare i possibili rischi, i ragazzi si ritrovano spesso indifesi davanti a stimoli e sollecitazioni. La pornografia, per esempio, che sul web si trova a profusione: se si pensa che i social network, ormai identificati come il “sesto continente”, generino un grande traffico, si consideri allora che i contatti quotidiani di Facebook, Twitter, Netflix, LinkedIn e altre piattaforme presi tutti insieme non registrano il volume di accessi a siti pornografici. 

La pornografia consumata in giovane età porta a considerare il sesso estremo come normale e di conseguenza fa abbassare le già deboli difese dei ragazzi. Non a caso il 36% del campione preso in considerazione nella ricerca dice di conoscere qualcuno che fa sexting o che posta contenuti sessualmente espliciti e autoprodotti. Materiali, questi, che nell’88% dei casi vengono poi prelevati dalla loro collocazione originale, fosse anche un msg privato di WhatsApp poi condiviso più o meno consensualmente con altri, e postati su altri siti. Non solo: il 13% dei teenager (il 17% prendendo in considerazione solo i maschi) ha scaricato app o si è iscritto a piattaforme di incontri online. E negli Usa, come risulta da uno studio del 2009, i primi contatti con la pornografia online avvengono ormai già attorno ai 10 anni; nella fascia tra i 12 e i 15 anni il 53% dei ragazzi e il 28% delle ragazze visiona regolarmente contenuti pornografici online.

Genitori inconsapevoli

Del resto le stesse famiglie sono spesso inconsapevoli dei rischi: lo smartphone è il regalo più gettonato ma raramente la consegna del telefono viene accompagnata da raccomandazioni, se non istruzioni, su come comportarsi in rete. Non a caso più del’85% dei ragazzi conosce qualcuno che si è iscritto a Facebook anche se ha meno di 13 anni, limite legale teorico per avere un proprio profilo. E si potrebbe aprire un dibattito sul fatto su cosa sia peggio: che questo avvenga senza che i genitori se ne accorgano o che gli stessi siano consenzienti (ma inconsapevoli dei pericoli). Dalla presenza sui social al rischio di adescamento o di coinvolgimento in relazioni il passo può essere breve.

Regole, prevenzione e repressione 

«Non si tratta di creare allarmismi, Internet può essere anche un’opportunità – commenta ancora Ernesto Caffo - bisogna però pensare a ragionevoli limiti e regole per tutelare i minori dai potenziali pericoli della rete. Serve una Carta dei diritti Internet e va potenziata l’attività di gruppi internazionali come la Virtual Global Taskforce o la Global Alliance against sexual abuse online». Telefono Azzurro, che iniziò con una semplice linea telefonica, mette a disposizione anche una hotline e una helpline di consulenza accessibile direttamente dal web. Ma la risposta deve essere su scala internazionale. 

Ernie Allen, già presidente del Icmec e oggi consulente di grandi aziende e del governo britannico, uno dei relatori al convegno in Bocconi, propone la creazione di un database globale delle immagini e una maggiore integrazione tra le task force che nei vari Paesi lottano contro la pedopornografia, oltre alla promozione degli hashes, identificatori digitali che consentano alle grandi compagnie di telecomunicazione di intercettare velocemente le immagini inappropriate e di rimuoverle dai propri server.

Lotta contro il tempo

È una lotta contro il tempo: ogni giorno che passa il volume degli scambi aumenta, i ragazzini italiani già oggi inviano mediamente più di 50 messaggi al giorno via WhatsApp e cresce la richiesta di avere sempre più megabyte di traffico Internet incluso nei contratti telefonici. Negli Usa la cosiddetta generazione Z è un segmento di business importante: è il 25,9% della popolazione e ha già a disposizione una paghetta media di circa 17 dollari alla settimana, ovvero, nel complesso, qualcosa come 44 miliardi di dollari all’anno che possono essere spesi direttamente online. Diffondere l’uso della rete tra i giovanissimi è una missione anche economica per le grandi compagnie, ma proprio per questo non possono chiamarsi fuori dalla lotta alle storture che la stessa rete genera.




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