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giovedì 26 febbraio 2015

IL TERZO GENERE Individui Asessuati Globalizzati


Nell’ultimo anno l’America e il mondo hanno «scoperto» le persone trans. E insieme, che la definizione classica di «transessuale»  è ormai diventata troppo stretta. Gli individui asessuati irrompono nel mercato globale

Prima la copertina di Time dedicata a Laverne Cox, attrice transessuale protagonista di «Orange is the new Black», serie cult di Netflix. Poi la notizia che l’amministratrice delegata più pagata degli Stati Uniti è una donna trans, Martine Rothblatt, fondatrice dell’azienda farmaceutica United Therapeutics. Infine il clamoroso successo ai Golden Globe di «Transparent», serie prodotta e distribuita da Amazon che racconta la transizione dell’attempato padre di famiglia Mort in Maura (tratta dalla storia vera del padre della regista Jill Soloway) e il presidente Obama che per la prima volta nel discorso alla nazione ha citato anche i transgender. Nell’ultimo anno l’America e il mondo hanno «scoperto» le persone trans. E insieme che la definizione classica di «transessuale»  è ormai diventata troppo stretta.
Abituati a dare per scontata la separazione netta tra maschio e femmina (di che sesso è? è la prima domanda che si pone quando nasce un bambino), ci troviamo di fronte a una generazione che invece mette in discussione proprio quella distinzione. Non solo rivendicando, come fa da tempo il movimento transessuale, la possibilità di passare da un genere all’altro, diverso da quello del sesso biologico «assegnato» alla nascita.
Ma anche rifiutandosi di appartenere a un genere o all’altroil New York Times di ieri dedica un lungo articolo alla storia di Rocko Gieselman, 21enne matricola dell’Università del Vermont che si definisce «transgender» e «genderqueer» (espressione che si potrebbe tradurre con «trasversale ai generi» e gioca con la parola «queer», un concetto molto ampio che indica tutti coloro che non sono etero).  Rocko – femmina alla nascita e attualmente in una relazione con una donna – rivendica infatti di appartenere a un terzo genere «neutrale» e vuole che per sé venga usato un pronome né femminile, né maschile, ma plurale senza genere: «they», cioè «loro» (impresa per altro impossibile in italiano, dove si declina sempre il genere).
«Ogni volta che mi chiamavano “lei”, al femminile, scattava qualcosa nella mia testa. Proprio non mi tornava – racconta Rocko –. Ho provato per un periodo a vivere da ragazzo: mi fasciavo il seno e mi facevo chiamare Emmet». Ma anche quello non ha funzionato. «Appena ho scoperto l’identità genderqueer, ho pensato: “Allora è questo!”. Prima di allora era davvero difficile spiegare agli altri come mi sentivo, e persino spiegarmelo nella mia testa. Improvvisamente c’era una parola per dirlo e ho potuto cominciare il mio viaggio».
Potrebbe sembrare una bizzarria personale, se non fosse che l’Università del Vermont ha riconosciuto a Rocko l’uso del pronome «they». Sono circa un centinaio le università americane che permettono ai loro studenti di scegliere il genere e il nome che li definisce meglio, anche se non è quello scritto sui loro documenti. Succede anche in Italia, dove gli atenei di Urbino, Torino, Bologna, Napoli e Padova prevedono un doppio libretto, ma solo per gli studenti in attesa di riattribuzione di genere, di fare cioè l’operazione per il cambio di sesso.
Aiuta a evitare gli equivoci suscitati da studentesse che devono esibire agli esami documenti maschili, o studenti con barba (perché magari hanno già iniziato la terapia ormonale), che invece all’anagrafe risultano femmine. L’adozione del terzo genere in Vermont è però un vero e proprio passaggio di paradigma. Anche se non è nuova nella storia: sia i nativi americani che la cultura indiana lo riconoscono, rispettivamente con le figure tradizionali dei «Due Spiriti» e degli «hijra».
I transgender rifiutano il modello medicalizzato che informa ancora la legge italiana sul transessualismo. Approvata nel 1982, si basa sull’assunto della disforia di genere (un «disturbo» in cui una persona ha una forte e persistente identificazione nel sesso opposto a quello «biologico»), e ritiene che possa essere «curata» chirurgicamente, ricostruendo con una serie di operazioni il «sesso» elettivo. Su questa base, prevede che per poter cambiare genere sui documenti le persone trans debbano sottoporsi a sterilizzazione forzata: un obbligo che una parte crescente del movimento trans denuncia come una violenza inutile (e dannosa per la salute). Sempre su questa base, le transessuali italiane hanno discusso a lungo se fosse meglio che la disforia di genere fosse classificata come malattia o «malattia rara», in modo da poter accedere ai benefici di legge previsti per questa categoria.
Persone come Rocko, invece, tutto si sentono fuorché malate. E spesso si trovano a proprio agio nel corpo che si sono ritrovate alla nascita. Semplicemente sono convinte che l’identità di genere non sia un sistema binario che oppone maschio e femmina, ma uno spettro continuo, in cui c’è spazio per molte identificazioni, e in cui entrano in gioco molti fattori: dall’anatomia, ai cromosomi, agli ormoni al sentimento di sé. Come nel caso di Unique: adolescente transgender tra i protagonisti del telefilm per ragazzi GleeUn’idea con cui concordano ormai anche molti studiosi.
D’altronde anche la scienza e la medicina sono incapaci di porre una distinzione netta tra «maschio» e «femmina»: non forniscono indicazioni certe né la conformazione dei genitali che possono essere diversi da quelli del sesso genetico, oppure non nettamente distinguibili (gli intersex, ciò che un tempo veniva chiamato ermafroditismo e che oggi la Germania riconosce come terzo genere), né i livelli ormonaliné la composizione dei cromosomi. Un neonato su tredicimila, per esempio, soffre di sindrome da insensibilità agli androgeni: il suo organismo, cioè, non risponde al testosterone, e quindi sviluppa caratteri sessuali femminili (seno e vagina) anche se ha cromosomi maschili XY.
Quello che è certo è che sono saltati assunti ritenuti finora irrinunciabili: la separazione netta maschi/femmine – che doveva poi determinare il desiderio e l’attrazione sessuale secondo un codice ritenuto naturale – si sta disperdendo in varie e multiformi possibilità identitarie. E sempre più persone si sentono libere di determinare per sé chi sono e da chi si sentono attratte, fuori dagli schemi precostituiti.





Martine Rothblatt, 59 anni, fondatrice dell’azienda farmaceutica da cinque miliardi di dollari, United Therapeutics, lo scorso anno ha guadagnato 38 milioni di dollari. Nella lista dei 200 amministratori delegati più pagati degli States è la prima donna (su 11 presenti). Ma la sua storia ha anche un’altra particolarità. Come racconta il «New York Post» (che le ha dedicato una copertina) Rothblatt fino al 1994 era un uomo, il suo nome era Martin. Quell’anno ha cambiato sesso dopo essersi sottoposta a diversi interventi chirurgici. È sposata da 30 anni con la stessa persona, Bina Aspen, con la quale ha avuto due figli (ciascuna delle due donne ha inoltre un figlio da precedenti relazioni, anche questi adottati dalla coppia) «che mi chiamano papà», ha raccontato.

«Ognuno ha la sua identità anche sessuale»

La sua azienda, la United Therapeutics è nata per creare delle medicine per curare la figlia che soffre di ipertensione polmonaria primitiva. «Non posso dire che quel che ho costruito equivale alla conquista di una donna - ha dichiarato - Per la prima parte della mia vita sono stata un uomo». Nel 1995, poco dopo la sua operazione, scrisse il libro «The Apartheid of Sex» contro le etichette di genere: «Ci sono cinque miliardi di persone nel mondo e cinque miliardi di identità sessuali uniche - ha scritto - I genitali sono irrilevanti per il proprio ruolo nella società, come il tono della pelle. Penso che la divisione delle persone tra maschi e femmine sia altrettanto sbagliata come quella in bianchi e neri». Tra le altre cose, la Rottblath è anche ossessionata dall’intelligenza artificiale e ha un robot parlante modellato secondo la moglie. In uscita un suo libro dal titolo «Virtually Human: The Promise and Peril of Digital Immortality». (virtualmente umano, la promessa e il pericolo dell’immortalità digitale).


"Non importa da dove vieni o come ti mostri, conta chi sei e io sono questo". Conchita Wurst, la drag queen austriaca con la barba che ha vinto l'ultima edizione dell'Eurovision Song Contest, si è esibita nella seconda serata di Sanremo 2015 all'Ariston con il brano "Heroes".

Carlo Conti, che si rivolge a Conchita chiamandola Tom (Neuwirth il cognome all'anagrafe), le chiede se la barba l'abbia aiutata nella vittoria all'Eurovision, e Conchita risponde: "Sì, senza non sarei stata la stessa".




«La differenza tra maschile e femminile è un fatto empirico, nel significato più ampio del termine: biologico, psicologico, fisiologico. Dio è creatore di tutti gli esseri umani e il riferimento a maschio e femmina è il primo richiamo antropologico e sociologico a pensare l’essere umano dentro differenze che sono fonti di relazione» risponde il professor Adriano Pessina, pensatore cattolico, ordinario di Filosofia morale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Pessina si ferma per un attimo e poi aggiunge: «In fondo, la mia è la prima obiezione all’immagine del puro individuo che è tanto caro al liberalismo culturale attuale. Un soggetto asessuato, utile per ogni mercato globale».

Alla base c’è la distinzione tra sesso come dimensione biologica e genere come insieme dei significati culturali associati all’essere uomo e donna. È legittima?

«La distinzione è legittima, ma questo non significa negare che esistono nessi profondi tra la dimensione sessuale e l’identità sociale e culturale che forma ciò che si chiama “genere”. Si tratta di saper pensare le differenze senza trasformarle in determinismi sociali».

Intanto l’India e l’Australia hanno riconosciuto un terzo genere neutrale…

«Che esistano persone per le quali risulta difficile un processo di riconciliazione sia con una sessualità precisa sia con un ruolo sociale e culturale è un fatto. Che a queste persone si debba totale rispetto proprio perché persone mi pare doveroso. Penso che la creazione di un terzo genere — ma alcuni autori si spingono a ipotizzarne molti di più — sia una scorciatoia deterministica che non prende abbastanza sul serio il problema esistenziale che molte persone vivono. Se uomo e donna sono — come qualcuno dice — delle gabbie concettuali, allora lo saranno anche il terzo o il quarto genere. Non mi pare questa la strada da percorrere».

Eppure un numero crescente di persone rivendica la definizione della propria identità di genere come un atto di libertà e autodeterminazione.

«Bisogna intendersi sul significato di “genere”: se il riferimento è a funzioni sociali e ruoli culturali credo che sia legittimo evitare determinismi a priori per cui, banalizzando, le donne cucinano e gli uomini lavorano. L’identità non è mai puro determinismo ma occorre riconoscere le radici su cui costruirla».

Che cosa pensa delle critiche di una parte della Chiesa alla cosiddetta«teoria del gender», cioè a tutte quelle posizioni che criticano l’idea di una natura maschile e femminile immutabile, da cui discenderebbero i rapporti tra uomini e donne?

«Penso che sia falso trasformare la critica alle teorie del gender in una questione strettamente religiosa o confessionale. Di fatto, queste teorie impattano sull’auto-comprensione di ognuno di noi e ci costringono a chiarire il senso stesso della nostra condizione umana. Negare il maschile e il femminile è l’ultimo processo di ribellione del “puro individuo” al significato profondo dell’essere generati da altri, cioè del venire al mondo da un uomo e da una donna, all’interno di una relazione carica di differenze. Credo che nessuna tecnologia riproduttiva dovrebbe falsificare questo dato antropologico».

Ritiene che stiamo andando verso una società che rende più fluida la separazione tra maschile e femminile?


«Temo una società di puri individui che vivono in modo atomistico la loro esistenza, alla ricerca di un’identità, frantumata dal modello culturale della neutralità, alla ricerca di un’autorealizzazione che è la versione antropologica del self made man di stampo sociale» 



In un universo di corporalità mutanti, di codici immaginari, di ricercate contaminazioni tecnologiche, si offusca fino a scomparire il concetto di "uomo", suprema incarnazione del"logos" occidentale, così come quello di “donna”. Ma, smarrito il referente antropocentrico,cosa rimane alle generazioni future come inizio genealogico di una specie che diventa sempre meno umana?


Il corpo femminile, con la sua capacità unica di creare vita umana, sta per essereespropriato e sezionato come mero materiale per la produzione tecnologica di esseri umani. Per noi donne, per la natura, e per i popoli sfruttati del mondo questo sviluppo èuna dichiarazione di guerra. 




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