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martedì 20 maggio 2014

"Welcome to New York": l’orgia del potere

Abel Ferrara con il suo film - e grazie anche a un grande Gerard Depardieu - stabilisce un'equazione tra l'aggressività sessuale del suo protagonista e quella dell'enorme potere politico finanziario che rappresenta...



Dopo una breve scena in cui Gerard Depar­dieu rivol­gen­dosi diret­ta­mente al pub­blico mischia le carte tra la sua iden­tità e quella del per­so­nag­gio, la sto­ria di Wel­come to New York ini­zia in realtà a Washing­ton, dove George Devreaux (che, secondo il disclai­mer autoi­ro­nico in testa al film non ha nulla a che vedere con Domi­ni­que Strauss-Kahn), pre­si­dente del Fondo Mone­ta­rio Inter­na­zio­nale, sta pia­ni­fi­cando la secu­rity per la sua immi­nente cam­pa­gna elet­to­rale in Fran­cia. Nel suo uffi­cio anche un paio di pro­sti­tute, con cui Devraux si intrat­tiene visto­sa­mente e che offre di con­di­vi­dere con l’esterrefatto capo delle guar­die del corpo. Non molti di coloro che finora hanno visto il film (pre­sen­tato ieri sera qui a Can­nes fuori dal pro­gramma del festi­val, in una gre­mi­tis­sima pro­ie­zione sotto una tenda nella spiag­gia di fronte al Carl­ton – e reso dispo­ni­bile su alcune piat­ta­forme digi­tali di matrice fran­cese) hanno notato quel pro­logo in cui, con un breve mon­tage di squarci di ban­che e monu­menti, Fer­rara sta­bi­li­sce un’equazione tra l’aggressività ses­suale del suo pro­ta­go­ni­sta e quella dell’enorme potere politico/finanziario che rap­pre­senta. Wel­come to New York è un po’ il suo The Wolf of Wall Street.
Quando, dalla capi­tale, Devraux si spo­sta a Man­hat­tan diventa imme­dia­ta­mente chiaro che il suo appe­tito per il sesso è pato­lo­gico, oltre che insa­zia­bile. Nel giro di una sera e una notte, il grasso, gru­gnente, uomo poli­tico “con­suma” infatti un numero impen­sa­bile di donne, che escono ed entrano dagli ascen­sori dell’albergo e della sua stanza. Lo cham­pa­gne scorre, let­te­ral­mente, a fiumi. Depar­dieu si affida com­ple­ta­mente a Fer­rara, che in cam­bio trae da lui una per­for­mance di straor­di­na­ria intel­li­genza, piena di sfu­ma­ture  – allo stesso tempo indi­fesa e con­trol­la­tis­sima. Cali­brate per una durata che va ben oltre il limite di tol­le­ranza, le scene di sesso sono fil­mate con un’implacabilità warho­liana – lo humor, nasce a poco a poco, da den­tro. Per­ché  Wel­come to New York è anche un film molto diver­tente. Quando, il mat­tino dopo, Devraux afferra bru­tal­mente una ter­ro­riz­zata came­riera d’albergo entrata per sba­glio in stanza men­tre lui stava facendo la doc­cia, lo fa quasi senza pen­sarci – è solo un’altra testa da acco­stare al suo pene. Fer­rara coreo­grafa la scena di vio­lenza risol­ven­dola sostan­zial­mente in una sola inqua­dra­tura –lui (quindi il pub­blico) non ha dubbi su quello che è suc­cesso quella notte del mag­gio 2011, al Sofitel.
Resa in una spe­cie di kabuki comico la rico­stru­zione di come Domi­ni­que Strauss-Kahn venne arre­stato a JFK (sco­pri­rono che era sull’aereo in par­tenza per­ché aveva dimen­ti­cato il tele­fo­nino nella stanza d’albergo), con le inef­fa­bili guar­die aero­por­tuali che, non avendo idea di chi sta loro davanti, umi­liano il grande Devraux come una pro­ce­dura cri­mi­nale qual­siasi. E’ l’omaggio del new­yor­kese Fer­rara all’anima egualitaria/proletaria della sua città (wel­come to New York….) e l’occasione per sot­to­li­neare la sua sto­rica dif­fi­denza nei con­fronti dei potenti –del cinema e no.

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