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venerdì 25 ottobre 2013

“Maria l’ho regalata per povertà”. In cambio 250 o 1000 euro

ATENE – Non c’entrano gli “zingari che rubano i bambini”, con comprensibile dispiacere di chi, casi come questo, è ben felice di poter strumentalizzare. Dietro la storia di Maria, la bimba bionda “scovata” in braccio ad una coppia rom tutt’altro che bionda, ci sono povertà e ignoranza, disagio sociale e fame. Condizioni che, purtroppo, travalicano e di molto i confini delle etnie e della cultura rom. Sarebbero bulgari i genitori biologici della piccola Maria, non zingari ma comunissimi cittadini della Comunità Europea.
Cittadini poveri, certo, ma uguali a tanti francesi, italiani e tedeschi. Persone che, e su questo ora bisognerà scavare per trovare la verità, tutta la verità, avrebbero venduto la loro bimba, anche se la madre sostiene di averla regalata, perché non in grado di mantenerla. Su questo mercato, fatto non di rom e attivo in tutta Europa, bisognerà lavorare, per capirne l’origine ma soprattutto i fini. Al netto delle strumentalizzazioni razziste, la domanda che nasce da questa storia, è perché, e quale fine fanno le tante Marie d’Europa?
L’hanno trovata nel cuore della Bulgaria rurale la mamma di Maria, Sasha, 38 anni e una decina di figli. Una donna tutt’altro che bionda, come i supposti rapitori, protagonista di una vita che dalla ricca Europa occidentale definiremo di stenti: tanti figli e poco da mangiare, nemmeno un euro in tasca. La storia che ha raccontato Sasha parla di un parto avvenuto in Grecia, paese dove Maria è stata trovata e dove ancora si trova.
Parla di una mamma che si definisce “ragazza madre” cioè sola, quando l’anagrafe racconta di un matrimonio registrato ed in piedi. Parla del dramma di una madre che, non essendo nelle condizioni di mantenere la figlia, decide di regalarla. In qualche modo per garantirle un futuro. Ma questa è la versione di Sasha. La povertà c’entra, eccome, ma la verità direbbe anche altro. Maria sarebbe stata venduta, alcuni dicono per 250 euro altri per 1000, cifre che comunque non giustificano la decisione, almeno per le nostre morali.
Ma se non di regalo ma di vendita si tratta, e la cosa appare certa visto che, molto più semplicemente, le mamme partorienti possono anche decidere di lasciare i propri figli nell’ospedale dove vengono al mondo se non in grado di prendersi cura di loro, diversa è la questione. Passi il dramma umano, le ragioni per noi inspiegabili che portano all’abbandono di un figlio, si accertino le responsabilità penali di chi l’ha venduta come di chi l’ha comprata ma, cosa più importante, si indaghi e si porti alla luce questo mercato. Un mercato che appare fiorente ed attivo. Così fiorente che, ad esempio, la stessa coppia che Maria aveva con sé, avrebbe “adottato” diversi altri piccoli.
Perché viene naturale chiedersi e, la risposta a maggior tasso di credibilità, è la più semplice: per rivenderla come sposa. Niente sanguinolenti traffici di organi o violenze inaudite, ma un semplice affare. Le spose, in diverse culture, si comprano. Quelle bionde, raccontano le cronache, sono le più “pregiate” in alcuni contesti e, allora, ecco che spendere mille euro può diventare un investimento con l’obiettivo di rivendere magari a 10 mila.
E’ questa la ricostruzione più verosimile ma, certo, non si possono escludere altri fini, come quello di utilizzare la piccola per l’accattonaggio o peggio. Ma si entra a questo punto nel campo delle supposizioni dove, il nesso tra possibilità e pregiudizio, è sovente impalpabile. Le ragioni di chi vende un figlio si trovano, pur senza magari comprenderle, nel tornaconto economico. Le ragioni di chi compra vanno indagate ma, quello che va colpito, non sono in questo caso i singoli, o almeno non solo loro. Quello che va colpito è il mercato e gli intermediari che su questi traffici della disperazione vivono.

Sasha, la mamma: “Maria l’ho regalata per povertà”. In cambio 250 o 1000 euro 25 ottobre 2013


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