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mercoledì 12 ottobre 2011

Teoria e pratica del porno potere





Terry de Nicolò, una delle cortigiane "imperiali", ha recentemente affermato, in un’intervista, la seguente dottrina. “Se tu sei una bella donna e ti vuoi vendere, tu lo devi poter fare… perché la bellezza ha un valore… che non tutti hanno e viene pagato… Chi questo non lo capisce… e vabbè stai a casa, ma non mi rompere i coglioni. [...] È la legge del mercato: più in alto vuoi andare e più devi passare sui cadaveri. È così ed è giusto che sia così. Però qui non viene capito perché c’è un’idea cattolica, c’è un’idea morale. È quello che mi fa incazzare. [...] No, no, no. Qui è la legge del più forte e di chi è leone, se tu sei pecora rimani a casa con 2,000 euro al mese. Se tu, invece, vuoi 20,000 euro al mese, ti devi mettere sul campo e di devi vendere anche tua madre. Mi dispiace ma è così, la penso così”.
Il darwinismo sociale della de Nicolò si trova perfettamente in linea con l’etica del buon “imprenditore di se stesso”. Anarchia e savoir faire di un capitalismo che, dopo aver disintegrato la società dei ceti (Rivoluzione francese), i diritti umani (Hiroshima e Nagasaki), gli stati nazionali (globalizzazione) e la stessa produzione industriale rifugiandosi nell’etereo mondo della finanza, s’appresta all’ultima grande sfida: disintegrare i legami sociali. Tutto ciò non è solo possibile, è già in atto ed è più diffuso di quanto appaia attraverso le poche “evidenze” intercettate. Si tratta di un sistema che funziona, che produce un certo ordine sociale, e che genera un tipo particolare di conflitto: il ricatto. Ma l’estensione e, soprattutto, l’interiorizzazione di questo sistema da parte delle italiane e degli italiani possono essere osservate in quella che possiamo definire “l’arte del riciclaggio sessuale”. In poche parole: cosa succede alle cortigiane ree confesse? Qual è il loro destino sociale? Quali altre possibilità di impiego possono trovare, una volta concluso l’amplesso di stato?
Patrizia D’Addario, cantante, attrice di teatro, modella, presentatrice, testimonial etc. oggi, tentando di fare tabula rasa dei suoi trascorsi mercenari, si è riciclata come donna di spettacolo, nonché autrice di un libro autobiografico “Gradisca, Presidente”. Eppure la notorietà ottenuta dallo scandalo non è stata, come dire, convertita positivamente in profitto, anzi ella ha sempre cercato di riuscire nell’ardua impresa del “voltar pagina”. Usando la terminologia della de Nicolò, la D’Addario è stata più pecora che leonessa, non ha saputo-voluto-potuto cavalcare l’onda della visibilità mediatica e ne è rimasta investita, come dichiara chiaramente in una intervista di un anno fa. Un motivo di ciò è dovuto al fatto che i suoi primi passi nel “settore” sono stati indotti dall’ex compagno violento, il che ci mostra che dietro alla modernissima “escort”, c’è una donna passionalmente mediterranea, vittima della cultura patriarcale – prendendo per buone le sue autodichiarazioni. In definitiva, Patrizia D’Addario, protagonista spuria del sistema, ha svolto una funzione di test per valutare l’opportunità del riciclaggio, la cui popolarità è diventata termine di paragone per le altre cortigiane che si sono susseguite sulla passerella giudiziaria e mediatica.

Francesca Zenobi, escort del caso dell’onorevole Udc Cosimo Mele, finita in ospedale dopo una delle cosiddette “notti in un albergo della capitale a base di sesso e cocaina” (la riproduzione continua della frase è indice della normalità del fatto), è una leonessa dalle unghie smussate. Dopo un tentativo di riciclaggio come show-girl e ragazza immagine, è caduta nel dimenticatoio, tanto che in un’intervista, facendo un bilancio generale della sua “impresa”, afferma: “Per questa storia io sono stata massacrata, altre come Patrizia D’Addario e Noemi Letizia, per citarne alcune, sono diventate famose. Ora voglio giustizia e la mia onorabilità”. Alla domanda, perché a lei è andata diversamente, risponde: “Non mi sono fatta strumentalizzare, non mi piaceva che i giornali mi dipingessero come una “volgarona” che voleva solo sfruttare la situazione”. La professoressa de Nicolò ribatterebbe che in questo caso la Zenobi è rimasta succube della logica del sistema, senza esserne la dominatrice, cioè senza convertire la propria prodotto (lo scandalo) in fattore di produzione. Così i giornali l’hanno strumentalizzata, per il nobile fine dell’indottrinamento pornografico dell’opinione pubblica italiana, e lei non avendo saputo-voluto-potuto strumentalizzare se stessa è rimasta a bocca asciutta.

Secondo la dottrina de Nicolò, la prima della classe è sicuramente Nadia Macrì, probabilmente il volto più noto dopo la D’Addario e Ruby Rubacuori. Nella sua prima intervista televisiva all’acuta domanda “perché è così facile diventare una escort?”, la Macrì risponde: “è così facile perché ti viene di natura essere così, perché comunque sai di essere una bella ragazza, carina, esposta in certe situazioni”. La cosa interessante è la seconda domanda della giornalista, fortemente condizionante nei confronti del pubblico: “ci racconta com’è che è entrata in contatto col mondo, diciamo, prestigioso (sic!), così un po’ da favola (sic!) del quale poi lei ha parlato”.  Imbarazzante sentire definire la prostituzione un mondo prestigioso e da favola. La scalata sociale della Macrì ha i suoi albori come ragazza immagine col salto di qualità attraverso un “talent-scout” di Lele Mora.
Passata la bufera giudiziaria-mediatica iniziale, la Macrì sembra capace di cavalcare l’onda meglio delle altre, riciclandosi nell’equivalente pubblico della escort: la pornostar! Questa scelta permette non solo di mantenere ma anche di accumulare ed accrescere la popolarità meglio dei ruoli politici, esposti alla contestazione morale (ma non politica – vedi caso Minetti) o dei ruoli d’immagine “per tutta la famiglia”, che richiedono abiure pubbliche (Selen, Eva Henger) e talvolta anche conversioni religiose (Claudia Koll)! Reinventarsi pornostar garantisce la continuità del codice dell’osceno e una coerenza di fondo nel know-how del lavoro pratico. Più in generale, il passaggio dall’amplesso di stato all’amplesso di massa moltiplica il capitale di oscenità.
Macrì escort diventa attrice pornografica che rappresenta sulla scena se stessa (il suo passato-presente). In questo modo, Macrì non è semplicemente la pornostar che era escort ma è contemporaneamente entrambe, duplicando nell’osceno la realtà oscena, rappresentando oscenamente dietro la macchina da presa l’oscenità del suo vecchio lavoro. Perfettamente integrata nel suo nuovo ruolo, la neo-attrice può tranquillamente concedersi il lusso di affermare, in un’intervista realizzata in occasione del lancio del suo primo film porno, “Bunga Bunga privato e pubbliche virtù” [a quanto pare esiste anche una versione 3D] (titolo filosofico ripreso dall’opera La favola delle api: ovvero vizi privati, pubbliche virtù di Mandeville, 1728), che il sesso non è un lavoro, ma una “missione” (concetto religioso, ma anche imprenditoriale). Macrì è una donna che ha saputo-voluto-potuto andare oltre le sue ex-colleghe, anche oltre la dottrina de Nicolò (al momento socialmente insostenibile), ritagliandosi uno spazio professionale perfettamente in linea con i nuovi bisogni di oscenità indotti dal sistema comunicativo contemporaneo.

Infine, da oltre oceano ci giunge l’esperienza di una delle più famose pornostar statunitensi, Carmella Bing, di origini italo-hawaiane, la quale dopo appena tre anni di intensissima attività (oltre 50 film solo nel 2007), nel 2008 decide di lasciare l’industria del porno per tornare a fare la escort, attività che non ha mai abbandonato, con la motivazione che: “il porno costa denaro: tasse, commissioni, senza contare il tempo in cui non si può lavorare per l’ETS. Come escort, devo preoccuparmi soltanto delle spese di pubblicità e delle fatture del telefono”. Successivamente è tornata sui suoi passi, aprendo una sua casa di produzione di film per adulti (Bing Dinasty) e, dopo una maternità, nel 2011 è tornata al porno.  Un riciclo completo!
In conclusione. La “società digitale del consumo di massa” trova nel porno una chiave di interpretazione essenziale, capace di rendere comprensibile l’impotenza della morale e la paralisi della politica. Rendere indifferente il porno, cioè l’osceno, è la prima funzione di ogni atto comunicativo di massa. L’accanimento mediatico, l’ossessione improduttiva, l’occhio spalancato sull’intimo altrui, l’assenza di qualsiasi tipo concreto di mediazione, l’impotenza della reazione morale: tutto questo è porno, di cui la cosiddetta pornografia è solo la punta affilata di un grande iceberg.
Detto questo, rimane da chiedersi: è ancora possibile una virata della politica? Quali sono gli spazi di manovra? O, più tragicamente, siamo naufraghi che pensano di stare ancora sulla nave?

PornoItalia


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