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domenica 4 settembre 2011

SHAME Pornodipendenza a Venezia

Brandon è bello, giovane, ha un buon lavoro. Vive a New York, frequenta i posti giusti. Non ha difficoltà con le donne: dalla ragazze che incrocia in metropolitana alla colleghe d'ufficio, in tante sembrano volerlo conoscere meglio. Eppure quest'uomo, interpretato da Michael Fassbender, è uno dei personaggi più infelici apparsi, finora, sugli schermi della Mostra. Perché è malato di sesso. In tutte le sue forme: prostitute di ogni tipo, incontri casuali per strada, onanismo continuo, porno internettiano. Perfino gli uomini. Il piacere, però, quasi non c'entra. E' solo dipedenza. Che provoca tormento. Disperazione. Vergogna.



E proprio la versione inglese della parola "vergogna", Shame, dà il titolo a questo film scandalo annunciato (in concorso), diretto dal regista afroamericano e artista visuale Steve McQueen, applaudito alla proiezione stampa della mattina. Pellicola-shock non tanto per i nudi integrali, frontali e posteriori, del suo protagonista, che vediamo all'inizio; e nemmeno per le varie sequenze hot della parte finale, visto che i festival ci hanno abituati a scene anche più esplicite. La vera provocazione è nella scelta stilistica del regista: far capire allo spettatore, quasi da subito, che ci troviamo di fronte a un caso clinico, a una sofferenza esistenziale. Per traumi familiari che la storia fa intuire ma non spiega mai.

Così, dallo schermo, facciamo conoscenza con Michael e il suo mondo. Apparentemente ordinato, pur nella routine di sesso mercenario, online o occasionale. A sconvolgere tutto è l'arrivo della sorella Sissy (la Carey Mulligan di An education e Wall Street - Il denaro non dorme mai): ragazza sbandata e ferita, reduce da tentativi di suicidio. Legata al fratello da un rapporto di dipendenza, morboso, sul filo dell'incesto. "Non siamo cattivi, veniamo solo da un brutto posto", dice lei a lui, per consolarlo. Ma l'universo di Brandon va comunque in pezzi: tra vergogna, tragedia, cocaina. E disperati tentativi di redenzione.Il regista,  commenta il titolo Shame: "Viene dal fatto che le persone che hanno avuto i problemi simili a quelli di Brandon ripetono continuamente questa parola riguardo alla loro esperienza, 'vergogna'". Poi il significato della storia: "E' un film politico-emotivo, parla di come interagiamo, di come è cambiata la nostra sessualità, anche con l'avvento di internet. La libertà, l'accesso a tutto, può diventare una prigione". E in fine ammette la sua vicinanza col protagonista: "Lo amo, non è cattivo, è un po' come tutti noi, anche se a volte è difficile da capire. Fa parte del mondo attuale. Familiare a molti, riconoscibile da chiunque". Come dire: non giudicatelo, comprendetelo.


04 settembre 2011

Tanto sesso, ma è solo vergogna al Lido lo scandalo "Shame" 


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