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mercoledì 3 agosto 2011

Viaggio nel mondo della prostituzione


Sono circa 75mila le prostitute in Italia per 9 milioni di clienti. Di queste almeno la metà sono migranti provenienti prevalentemente dall’Africa nera e dai paesi dell’est. Il 65% lavora in strada, il 15% è composto da minorenni e almeno il 20% è vittima del racket. (Dati ministero delle Pari Opportunità e dell’associazione Abele)
 
La prostituzione non è reato. E’ regolata dalla legge Merlin del 1958 che sancisce il divieto “di organizzare la prostituzione e di esercitarla al chiuso”. La legge punisce severamente chi sfrutta o favorisce la prostituzione, mentre la lucciola sorpresa in attività di adescamento compie un reato minore.
 
Il divieto di “organizzare la prostituzione e di esercitarla al chiuso” è la ragione per la quale la maggior parte delle prostitute lavorano in strada.  In Emilia Romagna, Piacenza è una delle città con la densità maggiore di prostitute. Sono oltre 200, di cui la metà esercita per strada, per una popolazione maschile di circa 50mila uomini. Una prostituta ogni 250 uomini. 
 
Con un centinaio di prostitute che dal tramonto all’alba “vivono” la strada, Piacenza ha gli stessi numeri di Modena o di Reggio Emilia. Nella vicina Parma, per esempio, sono “solo” 40 le ragazze che vendono il proprio corpo outdoor.
 
Più di 200 prostitute in città suddivise in due categorie: donne e trans, (i ragazzi che si prostituiscono sono soltanto una manciata, circa una decina). E con diverse modalità di “consumo”: per strada, in casa, in albergo. Fuori concorso i centri massaggi sorti negli ultimi anni in città e i night club: come dimostrano anche le vicende di cronaca degli ultimi giorni, talvolta dietro alla facciata si celano attività riconducibili alla prostituzione.
 
Il quartiere a luci rosse di Piacenza non è Amsterdam. Si trova lungo quel perimetro di strade che si ricongiungono alla SP 10, conosciuta anche come via (o strada) Caorsana, poiché quella striscia di asfalto unisce Piacenza alla città dell’ex centrale nucleare.
 
Siamo in piena zona industriale, alle porte di Piacenza, un’area di giorno piena di operai e di camion in movimento. Le notti della Caorsana, sono invece popolate da lavoratrici del sesso, clienti, forze dell’ordine. E dalla Lila (la Lega Italiana Lotta all’Aids).
 
Presente in città da circa 20 anni, la Lila è la prima linea di una rete di collaborazione fra Comune, Asl, mondo cattolico (Caritas) e altri enti, nella prevenzione alle malattie sessualmente trasmissibili.
E’ composta da 15 persone, fra educatori e volontari attivi, ma sono sei gli operatori che si occupano stabilmente di prostituzione. Hanno un loro metodo e dei termini anglosassoni per spiegare in che modo si misurano con coloro che per lavoro o stile di vita sono più esposti alle malattie sessuali (tradizionalmente tossicodipendenti e prostitute) e che chiamano invariabilmente “utenti”.
Alcuni sono “peer educator”. Letteralmente, “educatore alla pari”.
 
Significa che l’educatore ha un passato di disagi identici o molto simili a quelli delle persone che assiste. Avendo vissuto il problema, l’operatore riuscirebbe a creare una relazione personale più profonda e convincente con la persona.
Nell’esercizio delle loro funzioni gli educatori praticano la “sospensione del giudizio” e la mission fondamentale rimane la “riduzione del danno” e la prevenzione, non la lotta alla prostituzione.
 
L’Unità di Strada, è un grosso camper ben equipaggiato, un po’ logoro, che funge anche da “Drop in center”, ovvero da luogo in cui le donne possono recarsi per ottenere informazioni e rifocillarsi.
“E’ dal 1997 che facciamo questo servizio notturno, e sono 11 anni che un cronista non metteva piede sull’unità di strada”, avverte Antonio Iacono, coordinatore locale Lila del progetto “Oltre la Strada”, un piano che offre alle prostitute aiuti sociali e sanitari.
 
“Rispetto agli anni scorsi la prostituzione è diminuita ma non certo durante il periodo delle ordinanze comunali - dice Iacono – perché allora le lavoratrici del sesso si spostavano semplicemente in luoghi ancora più remoti e nascosti e quindi più pericolosi. Si commette sempre lo stesso errore mortale: legare la prostituzione con la sicurezza”.
 
Prima che le ordinanze venissero dichiarati anticostituzionali dalla Consulta lo scorso aprile, anche a Piacenza, con l’ordinanza “antiprostituzione”, i clienti furono sottoposti a pesanti multe inviate a casa. Sanzioni amministrative capaci di scatenare l’inferno fra le mura domestiche dello sventurato di turno.
 
“L’età media delle ragazze che lavorano in strada è di 25 anni, minori per fortuna non ce ne sono più”, spiega Antonio Iacono al volante del camper.  Sulle circa 100 ragazze in strada il 40% sono nigeriane, seguono le rumene e le albanesi. Pochissime le italiane. Non più giovanissime, alcune di loro si prostituiscono per motivazioni vetero: “Ma la relazione droga-prostituta, così come il rapporto prostituta-Aids, è una categoria obsoleta, valida fino agli anni ’90”, precisa Antonio Iacono.
 
Le prostitute migranti sono in maggioranza pendolari e si spostano periodicamente di città, cosa che complica il monitoraggio sia per le associazioni benefiche che per le forze dell’ordine. Arrivano alla sera da Torino, da Brescia o dal resto dell’Emilia e ripartono all’alba. “Alcune di loro – dice Iacono - non le vediamo da qualche tempo perché talvolta una ragazza riesce a trovarsi un lavoro “regolare” a tempo determinato, poi finito il contratto torna in strada”.
 
Le prostitute che lavorano in strada percepiscono il loro lavoro come una tappa infame ma necessaria nel loro percorso verso la felicità, alla ricerca della storia a lieto fine ad ogni costo:”Hanno un progetto di vita, la loro intenzione non è di fare le prostitute in eterno”.
Una prostituta di strada lavora in media 3 anni, poi riesce a emanciparsi o svanisce in un’altra città. Quelle che ce la fanno talvolta portano i segni della vita precedente: “Molte hanno perso quasi totalmente confidenza con la loro sfera sessuale: non riescono a fare sesso o persino a baciare il proprio partner; l’autenticità dell’atto sessuale è stato in alcuni casi irrimediabilmente adulterata perché il corpo è stato uno strumento di lavoro per troppo tempo”, spiega Elena Prati, responsabile della Lila Piacenza.
 
Non c’è meticciato nel mondo della prostituzione. Vige infatti una stretta divisione etnica delle zone di lavoro, il che facilita in un certo senso il cliente nella sua scelta.  Così nel suq a luci rosse piacentino c’e’ via Solenghi, l’oasi delle nigeriane, la comunità di prostitute più numerosa della città. Sono prostitute che esercitano quasi esclusivamente per strada: dietro a un cassonetto, in macchina, dove capita, perfino su un giaciglio che alcune predispongono.
 
Parrucche, unghie finte coloratissime, vestiti succinti e sgargianti (molte applicano sul viso un prodotto schiarente (per sembrare meno nere?), salgono sul camper a prendere un bicchiere di thè caldo e a ricevere informazioni sui servizi sanitari gratuiti e anonimi che il Comune fornisce loro.   
 
Le ragazze dell’est vanno in giro sempre almeno in coppia. Si sostengono e si guardano le spalle a vicenda. Quando passa il camper della Lila è quasi una festa. “Si guadagna troppo poco, non c’e’ nessuno”, si lamenta Serena, una giovane rumena che non ha perso il senso dell’umorismo. “Se stavo con chi so io prendevo 10mila euro in una sera”. “Mi facevo dare i soldi – interviene divertita la sua collega Ilenia - e mi comprava anche la casa e la macchina nuova, oltre a rifarmi la patente”. Irripetibili, per crudezza, le allusioni invece delle nigeriane ai nostri politici.
 
“Un tempo una prostituta faceva facilmente 20mila euro al mese – ricorda Ombretta, operatrice Lila - ora ne guadagnano 5/6mila di cui la maggior parte vanno al protettore o vengono spedite alla famiglia.
 
La gente, poi, ha meno soldi e si è scatenata una concorrenza feroce fra le prostitute”.  La prestazione base costa 30 euro. Raramente è superiore ai 50 euro. Ma se le ragazze dell’est non si pestano i piedi, la concorrenza fra le nigeriane è spietata. “In media chiedono 20 euro, ma non ci sono regole, trovi ragazze che si accontentano di 5-10 euro”, spiega Antonio Iacono.
 
Nei non-luoghi alle porte della città che la Lila attraversa tre volte a settimana non c’e’ l’irresistibile odore del peccato, della lussuria o dell’unica cosa a cui Oscar Wilde non sapeva rinunciare.
C’è invece la comprensione di nuove sotto categorie sociali con le loro disuguaglianze e divisioni etniche: in zona industriale, dove di giorno ci sono gli operai, di notte c’è il sottoproletariato delle lavoratrici del sesso, la base della scala sociale della prostituzione.
Al gradino successivo troviamo le “ragazze a domicilio”. Più su, ci sono le escort. 


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