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In a very welcome move, the Supreme Court of India is acting against the publication and dissemination of rape videos

venerdì 27 maggio 2011

Stupri correttivi Il caso di Noxolo Nogwaza

La calciatrice ventiquattrenne Noxolo Nogwaza è stata rapita e brutalmente uccisa il 23 aprile scorso. Attivista della comunità LGBT, aveva anche lavorato per l'organizzazione Ekurhuleni PrideUn altro caso tragico di stupro correttivo in Sudafrica si aggiunge alla lunga lista degli ultimi anni.
Succede nel Sudafrica del post-apartheid che festeggia il 17esimo anniversario dell’indipendenza. Succede in un Paese progressista, dove i matrimoni omosessuali sono legalizzati e sulla carta esiste una delle Costituzioni più moderne del mondo. Nello stesso Paese, una spirale di violenza quotidiana attraversa la società, nell’indifferenza generale della stampa e dei governi. Lo stupro “correttivo” come pratica di correzione dell’omosessualità e rieducazione delle lesbiche attraverso rapporti sessuali forzati è una prassi ormai consolidata che sfocia spesso nella distruzione fisica del diverso. Un fenomeno che coinvolge donne sudafricane, non solo povere ed emarginate, ma di colore, spesso ancora adolescenti al di sotto dei 16 anni di età. I dati sono allarmanti, il governo ha promesso, nelle ultime settimane di varare misure concrete per gli autori delle violenze, perché l’assassinio di Nogwaza è solo l’ultimo di una lunga serie, centinaia al giorno negli ultimi dieci anni, spesso con epiloghi tristi.
I numerosi casi, tornati alla ribalta della stampa negli ultimi anni grazie alla denuncia di associazioni nate a sostegno delle vittime, presentano le modalità tipiche di quello che può essere considerato un rito di rieducazione. Stessa spietatezza, stessa follia, stessa illogicità. E su Nogwaza è sceso il silenzio della stampa, tranne la diffusione della notizia su blog e testate in gran parte stranieri. Eppure la storia di Noxolo è simile a quella di Nokuthula Radebe, una ventenne uccisa qualche mese fa, a quella della campionessa di calcio Eudy Simelane o ad altri episodi come quello di Millicent Gaika, la cui vicenda era stata raccontata dall’Huffington Post a gennaio: legata, torturata e stuprata ripetutamente per cinque ore da un uomo che continuava a ripeterle di voler“correggere” la sua malattia.
Il mese scorso anche Noxolo Nogwaza torna a casa in una normalissima serata e viene brutalmente assassinata. La sua testa è fracassata, il viso irriconoscibile, i denti sparsi a terra e un preservativo è rimasto a fianco del corpo senza vita. L’associazione Luleki Sizwe (dall’unione dei nomi di due donne che sono morte a causa delle conseguenze di uno stupro correttivo, l'una di meningite e l'altra di Aids), già lo scorso anno ha lanciato una petizione per riconoscere lo stupro correttivo un vero e proprio crimine di discriminazione. Sulla complessità e sulle resistenze incontrate dall’iniziativa pesano fattori come l’accettazione da parte della comunità di pratiche di questo genere, il dilagante maschilismo della società sudafricana, la paura di denunciare e, non da ultimo, il silenzio della Chiesa cattolica che, in Paesi come l’Uganda, si è addirittura espressa a favore di leggi che puniscono le donne con la reclusione se colte in flagranza di reato. Laddove il reato è costituito dal diverso orientamento sessuale. La stessa condanna espressa da Francia, Paesi Bassi, Gran Bretagna e Svezia e la minaccia di sospendere gli aiuti economici, sono stati interpretati come un tentativo di ingerenza di forze esterne nella sovranità dello Stato sudafricano.
Rompere il silenzio e denunciare gli stupri correttivi è il primo passo per comprendere che episodi come questi sono indicativi dello status delle donne. E quest’aspetto riguarda l’importanza del cammino dei diritti civili di tutti i Paesi del mondo.

Stupri “correttivi” in Sud Africa. Il caso di Noxolo Nogwaza 27 maggio 2011


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