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domenica 23 gennaio 2011

La Questione Morale


La questione morale (Cortina editore, pp. 186, euro 14), di Roberta De Monticelli, filosofa esperta di fenomenologia, rientrata in Italia nel 2003 dopo quindici anni di insegnamento a Ginevra, descrive la miseria etica con cui la cronaca ci mette ogni giorno a confronto.

«Una corruzione a tutti i livelli della vita economica, civile e politica», che si manifesta in «cariche pubbliche a figli e amanti, scambi di carriere politiche contro favori privati, concorsi pubblici decisi da cordate o parentele, familismo, clientelismo, caste, penetrazione delle mafie e diffusa mafiosità dei comportamenti, perdita stessa del senso delle istituzioni da parte dei governanti».

Un elenco angosciante di azioni (im)morali che rinnovano antichi mali del nostro paese, come la meschinità, il servilismo, la doppiezza, la furbizia. Questo deficit etico accomuna, secondo l’autrice, l’Italia di Guicciardini a quella di Lele Mora e Fabrizio Corona. Con una differenza, in peggio, perché si è passati dalla “dissimulazione onesta” a quella sfacciata – basti pensare ai politici che giudicano legittimo l’uso del corpo in politica – dove il minimo della trasparenza va di pari passo con il trionfo dell’apparenza vuota. Mentre i “moralisti”, coloro che difendono il valore della ragione pratica, vengono irrisi in nome del “chi è senza peccato scagli la prima pietra”: una deformazione del detto evangelico, comodamente snaturato al “così fan tutti”.

La lucida critica morale della De Monticelli, in un libro in cui la tensione etica è sempre altissima, individua, con un coraggio che molti intellettuali hanno dimenticato, chi più si distingue per un deficit di verità e moralità. È una politica in cui «l’interesse affaristico si fa partito e prostituisce il nome della libertà, ad indicare il disprezzo di ogni regola che possa limitare la libido di un potere letteralmente enorme, sottratto a ogni norma di civiltà e diritto»; sono le gerarchie ecclesiastiche, insieme agli “atei devoti” e a una parte dell’associazionismo, che hanno stretto «un’alleanza con questo programma di disgregazione di ogni minima virtù di cittadinanza»; è, infine, «una sorprendente maggioranza degli italiani che approva, sostiene e nutre questa impresa, e collabora a dissipare la migliore eredità morale e civile e il patrimonio di bellezza e cultura del nostro paese».

Uno scellerato filo rosso unisce, al di là delle apparenze, questi fronti: un radicale nichilismo morale, la convinzione, cioè, che la verità delle cose non sia conoscibile né praticabile, per cui ogni azione è uguale ad un’altra. Un relativismo che, senza aver nulla a che vedere con quello nobile di un italiano come Leopardi, corrode la politica, incapace di giustificare razionalmente le proprie scelte, e poi di onorarle con la pratica.

E pervade anche la Chiesa stessa la quale, sostenendo che senza Dio non c’è morale, di fatto legittima l’esistenza del caos fuori da se stessa, e, giudicando moralmente incompetente chi non crede, si sente autorizzata a decidere per lui.

Contro questo scetticismo, anche quello che va di pari passo con l’autorità, De Monticelli ripropone con forza la capacità della ragione umana di conoscere la realtà e quindi di agire eticamente.

Se i nostri argomenti sono convincenti, e perciò veri fino a che nuove esperienze e critiche non li mettano in dubbio, il rinnovamento morale è possibile. Come è possibile, sostiene con passione la filosofa, il sogno illuminista di una civiltà basata sulla ragione e sulla coscienza critica delle persone; sui valori dell’autonomia, della laicità, della verità umana e dell’universalità, invece che sul principio di autorità o sulla forza.

Quanto al nostro paese, divenuto inospitale non solo per chi ha talento, ma anche per chi ama il vero e il giusto, l’autrice si augura che cessi di aver bisogno di eroi e diventi un luogo in cui «la libera e responsabile assunzione dei propri doveri » sia comune normalità. Un paese non più di sudditi (tali perché usano raccomandazioni, ricatti e favori, e non perché privi di potere), ma di cittadini, persone moralmente autonome, in altre parole «individui».

Abbiamo dunque bisogno di più individualismo, perché nel suo senso originario, spiega l’autrice, esso nulla ha a che vedere con la ricerca del proprio particolare.

Ne abbiamo bisogno perché solo i singoli possono farsi carico delle conseguenze delle proprie libere decisioni morali; e solo i singoli possono guardare ai valori della tradizione e della comunità nella quale sono nati con sguardo critico, decidendo eventualmente di allontanarsi da quei valori qualora essi (De Monticelli allude tra l’altro all’immaginario leghista) si discostino dall’etica, intesa come «quello che è dovuto da ciascuno a tutti e cioè lo stesso diritto a vivere e fiorire secondo il proprio ethos».

In altre parole, se da un lato ognuno è chiamato a portare a compimento la propria vocazione, dall’altro lo può fare solo permettendo la libera manifestazione delle altrui attitudini. Da questo punto di vista, chi fa leggi che impongono agli altri una scelta confacente all’ethos della propria parte politica o religiosa, tocca, secondo l’autrice, il punto più alto di immoralità.

Oltre a snaturare il senso del diritto (uno strumento sostanziale che tutela diritti e doveri), toglie agli altri, svelando così la sua stessa immaturità morale, il diritto più prezioso: quello di diventare un «individuo veramente adulto e responsabile, capace di standard etici e di costumi all’altezza di un cittadino».




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